Da “mesentericum” per la piegatura simile al mesentere (Vittad.1831).

Nome volgare: tartufo nero ordinario

CARPOFORO: generalmente di piccole dimensioni, raramente più grosso di un uovo, ha forma globosa e possiede una classica e ben evidente depressione basale.

PERIDIO: verrucoso di colore nero, con verruche molto piccole, fitte e minute ma a spigoli acuti.

GLEBA: grigio bruna, ma in alcuni esemplari tendente al giallo marrone, sempre con venature bianche, disposte a labirinto a ricordare le circonvoluzioni intestinali.

PROFUMO: spiccato e caratteristico che ricorda lo iodoformio o anche chiamato “fenico”

SAPORE: non molto gradevole e leggermente amarognolo

ASCHI: a sacco contenenti 1-3 spore.

SPORE: ellittiche o sub globose di colore bruno, grosse 27-53 x 23-37 µm, reticolate alveolare, con creste membranose di diversa altezza.

PIANTE SIMBIONTI: roverella, cerro, faggio, nocciolo, carpino nero e bianco, pino nero.

Ecologia del Tuber mesentericurn

Benché questo tartufo abbia un’areale abbastanza vasto, lo studio della sua ecologia non riguarda tutta l’area di diffusione ma è limitato alle tartufaie naturali dell’areale irpino dove questo tartufo si trova in notevole quantità (Palenzona et al., 1976). Il T. mesentericum è un tartufo che si ritrova anche nel Nord Europa in paesi come la Germania, l’Inghilterra ed il nord della Francia. in Italia può essere rinvenuto sporadico nel Lazio, nel Molise, negli Abruzzi, nelle Marche, nell’Umbria e nel Veneto, ma esso ha il suo habitat ideale di sviluppo e diffusione nelle imponenti fustaie di faggio dell’Irpinia. La sua abbondanza nella zona di Bagnoli Irpino gli è valso l’appellativo di “tartufo di Bagnoli”. I terreni ove si sviluppa il Tuber mesentericum, in Irpinia, derivano da due formazioni geologiche: i calcari mesozoici del secondario e il complesso formato da calcari, marne ed arenarie del terziario. Questi substrati originano suoli scuri, notevolmente fertili che derivano da ceneri ed altri materiali vulcanici più o meno frammisti ad elementi calcarei e coperti da una vegetazione di faggio e altre latifoglie, o dei suoli bruni calcarei e rendzina (sovente privi di vegetazione o rimboschiti con pino nero) dove i materiali vulcanici incoerenti sono stati dilavati. Le analisi chimiche dei suoli di queste tartufaie evidenziano un pH sempre neutro o sub-alcalino (mentre nelle stazioni che non danno tartufo il pH è sub-acido), notevoli disponibilità di potassio ed in genere buoni quantitativi delle basi di scambio liberate dai materiali vulcanici. Il clima della zona in cui si sviluppa questo tartufo è quello mediterraneo- montano a siccità estiva assai attenuata. I dati termopluviometrici relativi presentano: una temperatura media di 8,2°C; una notevole piovosità annuale (2000 mm) con discrete precipitazioni nel periodo estivo (191 mm) che consentono un’estate fresca e un’elevata umidità dell’aria (82%) dovuta anche alla nebulosità piuttosto alta. Il Tuber mesentericum. in Irpinia, si trova in zone ricche di vegetazione tanto da essere considerato un tartufo “silvano” tipico delle formazioni boschive della fascia fitoclimatica del Fagetum. In questa zona le specie forestali che contraggono rapporti di simbiosi con il Tuber mesentericum sono risultate il faggio (Fagus sylvatica) che rappresenta la pianta simbionte di gran lunga più importante, il pino nero (Pinus nigra) di recente introduzione, e sporadicamente il castagno (Castanea sativa), la roverella (Quercus pubescens), il cerro (Quercus cerris) ed il carpino nero (Ostria carpinifolia). L’ambiente delle tartufaie naturali mostra delle caratteristiche ben precise: le stazioni a tartufo, che non superano i limiti altitudinali di 1350 m, sono legate sempre ad un assetto morfologico con pendici e dossi e mai con cunette e ripiani. Dove si rinviene il Tuber mesentericum i dati stazionali sottolineano sempre una certa erosione, con il substrato calcareo che appare alla superficie. Le condizioni ecologiche ritenute favorevoli al suo sviluppo rivelano strette correlazioni tra i fattori suolo, vegetazione e clima tanto che si è spinti a pensare che il “tartufo di Bagnoli” rappresenti un ecotipo con esigenze ecologiche assai strette e diverse per esempio da quelle dello stesso fungo originario del nord della Francia (Palenzona et al.. 1976). Nelle tartufaie di Tuber mesentericum, che non presentano mai il “pianello”, la lettiera al suolo è scarsa; un eccessivo accumulo di lettiera indecomposta si è dimostrata sfavorevole alla presenza del tartufo. Nelle stazioni di produzione di questo tartufo sono state rinvenute altre specie di Tuber: il Tuber rufurn, il Tuber excavatum e la sua forma “fulgens”, ed il Tuber ferrugineum; il Tuber mesentericum, la cui fruttificazione è autunno-invernale, presenta carpofori piuttosto superficiali, isolati e di pezzatura non molto grossa. Rispetto ai corpi fruttiferi delle altre specie, questi sono dotati di notevole autoconservabilità per la consistenza e la compattezza della gleba e sono assai più refrattari ai processi di decomposizione.

(Foto Andrea Scarsetto)